«Non cercare di diventare un uomo di successo, ma piuttosto un uomo di valore.» A. Einstein
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mercoledì 4 gennaio 2012

Le aziende americane lasciano la Cina e tornano a produrre in casa.

Secondo uno studio recente del Boston Consulting Group “Made in America, again: why manufacturing will return to the US” molte aziende USA potrebbero scegliere di lasciare la Cina e tornare a produrre ricambi automobilistici, componenti meccanici, elettronici e informatici in casa. Ciò si deve al fatto che il costo del lavoro nella seconda economia mondiale sta crescendo costantemente ad un tasso del 15/20% annuo e il differenziale di costi di produzione tra USA e CINA, un tempo abissale, potrebbe ridursi “solo” ad un 40% entro il 2015, vanificando di fatto i benefici della delocalizzazione. Rimarrebbero esclusi, per ora, da questo “controesodo” i prodotti tessili e l’abbigliamento.

Tale rinnovata competitività americana frutto in parte anche della crisi che di fatto ha ridotto e a volte annullato la crescita del costo del lavoro e incrementato di conseguenza la produttività USA potrebbe generare tra i due e i tre milioni di nuovi posti di lavoro (compreso l’indotto) e un aumento del PIL fino a 100 miliardi di dollari.

Questo scenario non dovrebbe comunque mettere in difficoltà Pechino, in quanto il sostegno alla crescita dell’economia cinese si sposta dall’esportazione di prodotti ai consumi e alla domanda interna.
In questo scenario di riequilibrio degli assetti globali è necessario che si rafforzino le altre tre importanti aree del pianeta, Europa/Russia, Africa e sud America. Il futuro non solo economico del nostro Mondo è meglio garantito con blocchi politici ed economici stabili. Non solo da due voci “soliste”. Anche di questo dovremmo ragionare, non solo di spread, debito e scaramucce europee…

mercoledì 22 giugno 2011

Energia: all'Italia serve una strategia!


Il risultato del referendum ha sancito il no al nucleare, potrei aggiungere che di fatto sia un sì alle energie rinnovabili. Di certo il dibattito di queste settimane ha reso chiaro che nel nostro Paese manchi una visione sul futuro che guidi le grandi scelte energetiche. La riflessione sul ruolo degli incentivi, della ricerca e della produzione delle rinnovabili è attualmente guidata solo dalla necessità di ottemperare agli impegni europei. La Commissione sull’ambiente del parlamento tedesco ha consegnato un rapporto in cui si valuta tecnicamente ed economicamente realizzabile la possibilità di soddisfare tutta la domanda elettrica della Germania con energia verde entro la metà del secolo.

L’Italia è protagonista delle energie verdi: occupiamo il secondo posto al mondo per potenza fotovoltaica installata, 6.300 MW a metà giugno 2011, nell’eolico siamo sesti nella classifica internazionale con 5.800 MW in funzione alla fine dello scorso anno, nelle rinnovabili termiche siamo secondi in Europa con i 2,5 milioni di metri quadrati di solare. Le incredibili scelte / non scelte del nostro Governo hanno rallentato la corsa del fotovoltaico e bloccato quella dell’eolico, ma è sperabile che la normativa recentemente apporvata sul solare e quello previsto nei prossimi mesi per l’eolico e le biomasse diano certezze per una rapida ripresa della crescita.

Sul versante della ricerca e della produzione delle tecnologie siamo invece un po' deboli e soprattutto si nota la mancanza di attenzione verso la creazione di un tessuto produttivo innovativo. Manca del tutto un’azione governativa che indichi priorità per il paese e metta a disposizione risorse adeguate. Sul fronte produttivo/tecnologico operano ormai 800 imprese, ma rimaniamo in forte ritardo se pensiamo ad esempio alla Germania che sulle rinnovabili in pochi anni ha costruito un comparto con 370mila addetti.

Nel comparto fotovoltaico si sono registrate tensioni negli ultimi mesi. Il nuovo decreto penalizza investimenti già avviati nei grandi impianti, ma almeno indica obiettivi di medio periodo, 23mila MW al 2016, e un ragionevole percorso di riduzione degli incentivi, anche con l'obiettivo che la tecnologia possa diffondersi senza incentivi. I tedeschi ritengono che questo possa avvenire nel 2017 e per la stessa data l’Italia prevede di azzerarli:se il costo del solare diverrà tanto inferiore alle bollette elettriche da rendere economicamente appetibili gli investimenti privati.

Ci vorrà una forte regia pubblica per garantire, oltre ovviamente al recupero dei forti ritardi accumulati, anche l’introduzione delle smart grids e la promozione dei sistemi di accumulo. In Italia la sfida delle rinnovabili è affrontabile con maggiori chance rispetto alla Germania, non dovendo uscire dal nucleare, e con la potenza termoelettrica installata è possibile gestire l’intermittenza del sole e del vento, il potenziale del solare è elevato, la nostra rete può più facilmente trasformarsi in smart grid. Ma quello che serve è una discussione seria sulle strategie future a medio e lungo termine. Occorre capire come intendiamo muoverci nei prossimi decenni. La Gran Bretagna ha deciso di tagliare le emissioni climalteranti del 50 per cento rispetto ai livelli del 1990 entro il 2025. La Germania, prima di Fukushima, si era data l’obbiettivo di soddisfare la metà della domanda elettrica al 2030 con le rinnovabili ed è prevedibile che questo impegno venga innalzato per sopperire alla chiusura di tutte le centrali nucleari.

Insomma, emerge la consapevolezza della necessità di governare la rivoluzione energetica in atto. In Italia dobbiamo valutare gli scenari possibili e agire coerentemente e in tempi rapidi nella trasformazione del nostro quadro energetico. A maggior ragione dopo il referendum. Ne va del futuro del nostro Paese.

martedì 12 aprile 2011

Ragioniamo sul ruolo dell'Europa: oltre gli slogan del Governo

Un articolo de LINKiesta ci stimola a riflettere sulla situazione attuale della coesione e del sentimento europeista. Dubbi, analisi, critiche, stimoli giungono da vari Paesi membri. Di certo qualcosa non va. L'Unione Europea appare sfilacciata, stanca, non sembra dare supporto e visione agli Stati che ne fanno parte. Le differenti politiche economiche, i rapporti con le altre aree del pianeta, la conoscenza e collaborazione reciproche dei singoli Stati, le differenze culturali stanno minando il cammino del nostro Continente. Pensiamoci

sabato 8 gennaio 2011

La crisi c'è e lo sanno tutti: come ne uscirà l'Italia?

Dopo averla negata, dopo aver detto di essere ottimisti, dopo aver creduto e sbandierato che l'Italia aveva affrontato al crisi meglio di altri, credo che il premier sia rimasto il solo a crederci o a farcelo credere... 

Un articolo de lavoce.info, sito molto interessante e spesso linkato dal mio blog ci fa riflettere che il post-crisi è caratterizzato da uno spostamento dei centri del potere economico verso le grandi economie emergenti e da una disperata ricerca di produttività e competitività nelle grandi economie occidentali

C'è riuscita la Germania, che pure è stata pesantemente colpita dalla crisi globale. Come? Partendo dal riconoscimento delle difficoltà e con un'azione di politica economica ispirata a una visione chiara e realistica del futuro. Per creare le condizioni istituzionali e strutturali per lo sviluppo delle attività economiche di domani.

Invece in Italia la ripresa dell'economia italiana nel 2010 è stata lenta. Per due ragioni. Alcune aziende guadagnano quote di mercato, ma ce ne sono molte altre che stanno perdendo competitività, il che fa salire le importazioni. E i consumi privati e pubblici sono frenati dal cattivo andamento del mercato del lavoro e dalle politiche di bilancio restrittive. Per un migliore 2011, è cruciale che la crescita diventi un fenomeno più diffuso. Con piccole imprese che crescono e giovani lavoratori che non vengono tenuti ai margini per troppi anni.

Ma in Italia non solo è utopia guardare alla Germania... ormai è utopia anche sperare di vedere il Governo e potrei dire la politica in generale impegnata a discutere di questi temi... l'uscita dal tunnel è lontana.

martedì 16 novembre 2010

A rischio l'economia europea!

«L'Ue morirà se i problemi di budget di alcuni Paesi non saranno risolti». Non lo ha detto uno qualsiasi al bar, ma il presidente dell'Unione europea Hermann Van Rompuy. Il Condominio Europeo rischia grosso se i problemi di Grecia, Portogallo e Irlanda non verranno risolti. E comunque dopo questi tre in ordine avremo Spagna e Italia. Ma per qualcuno il nostro Paese ha affrontato la crisi meglio di altri... a chi credete?